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Percorso di Cura di Liverpool per i pazienti morenti

Numero 70. Maggio 2013
13 minuti di lettura
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Titolo Originale: Consensus statement: Liverpool Care Pathway for the Dying Patient -LCP
Recensione a cura di: Alberto Andrani

Introduzione
Un gruppo di 20 organizzazioni ha rilasciato una dichiarazione di consenso per sostenere il percorso di cura Liverpool per i pazienti morenti, tra essi il Royal College of Physicians, del Royal College of General Practitioners, il British Geriatrics Society, etc.
La divulgazione d’idee sbagliate e informazioni imprecise sul Percorso di Cura di Liverpool, rischia di privare di benefici consistenti i pazienti morenti e i loro familiari.
Per fare chiarezza su che cosa è e cosa non è il Liverpool Care Pathway, è stato pubblicato questo Consensus Statement.
Il movimento hospice inglese è famoso nel mondo per occuparsi delle persone morenti con dedizione e professionalità. Sin dal lontano 1990 il LCP è stato d’aiuto per estendere le regole di cura del modello hospice in altri ambienti di cura come gli ospedali, le case di cura e le abitazioni private.

Il Percorso di Cura di Liverpool:

  • Esige che l’equipe assicuri che ogni decisione, di continuare o di sospendere un trattamento, sia presa in funzione del massimo vantaggio per il paziente. Non è sempre facile dire se qualcuno è molto prossimo alla morte – la scelta di usare il LCP, dovrebbe sempre essere presa dal più anziano medico presente, con l’aiuto di tutti gli altri elementi del gruppo di cura. La decisione dovrebbe essere ratificata, appena possibile, dal medico responsabile della cura del paziente.
  • Evidenzia che il paziente deve essere coinvolto nelle decisioni riguardanti la propria cura, se possibile, e che i curanti e i familiari devono essere sempre coinvolti nei processi decisionali. Il 94% di quelli che hanno risposto a un’indagine di valutazione, ha asserito di essere stato coinvolto (National Care of the Dying Audit – Hospitals, MCPCIL/RCP, 2011).
  • Fa affidamento che lo staff sia formato per avere una completa conoscenza di come prendersi cura dei pazienti che sono negli ultimi giorni o ore di vita.
  • È continuamente valutato in tutti i posti in cui è in uso.

Il Percorso di Cura di Liverpool non:

  • Supplisce una valutazione clinica né un trattamento, ma è uno schema per una buona pratica medica.
  • Accelera né ritarda la morte, ma assicura che il giusto tipo di cura sia disponibile per chi è negli ultimi giorni o ore di vita quando sono state valutate tutte le possibili cause di reversibilità.
  • Preclude l’uso di una nutrizione e idratazione clinicamente assistita – spinge i clinici a considerare se ciò sia necessario e se è un vantaggio per il paziente. Le linee guida GMC (2010) forniscono informazioni specifiche su quest’argomento.

Come risposta a un’interrogazione formulata nella Camera dei Lord il 20 giugno 2012 il sottosegretario di stato per la sanità, Earl Howe, ha detto “Il percorso di Cura di Liverpool è stato a volte accusato di essere un modo per ridimensionare il trattamento, anche per quanto riguarda la nutrizione e l’idratazione. Non è così. È usato per evitare ai pazienti morenti di subire tormenti in seguito a trattamenti o esami che non sono utili, ma che possono, in realtà, essere di danno piuttosto che di beneficio.”
Il Percorso di cura di Liverpool è stato indicato come un modello di buona pratica medica negli ultimi giorni o ore di vita da: National Policy Frameworks (DH, 2003 and 2006), The National End of Life Care Strategy (DH, 2008), Quality Markers and Measures for End of Life Care (DH, 2009), General Medical Council guidance (2010) e dal NICE quality standard for end of life care for adults (2011).
Noi proponiamo un uso appropriato del LCP e sosteniamo con chiarezza che non è, in un certo senso, un mettere fine alla vita, ma piuttosto supporta l’erogazione di eccellenti cure di fine vita.

Commento del Revisore
Numerosi studi hanno dimostrato che parte dei pazienti che muoiono in ospedale, riceve cure molto scadenti. Spesso il controllo dei sintomi non è ottimale e la comunicazione con i curanti è inadeguata.
È anche possibile che gli interventi infermieristici e quelli finalizzati alla cura della persona non rispondano ai bisogni e ai diritti di questi pazienti.
I loro familiari non sempre ricevono informazioni e supporto adeguati e, talvolta, non sono messi nelle condizioni di partecipare all’esperienza di assistenza del proprio caro nel modo in cui vorrebbero. Questi problemi si riflettono nel considerevole numero di reclami da parte dei familiari in lutto, che spesso contestano la qualità delle cure di fine vita fornite al loro congiunto. Nell’ambito del sistema sanitario gli hospice sono ritenuti centri di eccellenza per la cura delle persone che stanno morendo. Questo modello potrebbe portare alla conclusione che l’hospice sia il solo posto in cui i pazienti possono morire bene. Tale convinzione potrebbe comportare un senso di fallimento nelle équipe di cura che operano in altri contesti. La necessità di difendere il modello di eccellenza dell’hospice e di trasferire questo modello in altri setting di cura, è perciò sempre più imprescindibile. (Deborah Murphy e John Ellershaw).
Le LCP sono state sviluppate dal Marie Curie Hospice di Liverpool e dall’équipe specialistica di Cure Palliative del Royal Liverpool and Broadgreen University Hospital, come uno strumento finalizzato a migliorare, in ambito clinico, le cure alle persone che stanno morendo e a rendere competenti gli operatori sanitari non specializzati a fornire le migliori cure di fine vita possibili (Ellershaw e Wilkinson, 2003).
Le Liverpool Care Pathway for the Dying Patient (LCP) sono un documento multiprofessionale, che fornisce un modello evidence-based per l’assistenza nelle fasi di fine vita. Le LCP si basano sugli standard di cura propri dell’hospice. Gli obiettivi delle LCP sono focalizzati sulla multidimensionalità della cura e comprendono misure per il benessere del paziente, la prescrizione – al bisogno – di trattamenti, l’interruzione di interventi inappropriati e l’attenzione per gli aspetti psicologici e spirituali. Esse includono obiettivi di cura relativi per l’assistenza alla famiglia (compresa l’assistenza dopo il decesso del paziente), e sono strutturate in tre sezioni distinte:

  • la valutazione iniziale
  • la valutazione continua
  • l’assistenza dopo il decesso del paziente

Le LCP sostituiscono tutte le cartelle mediche e infermieristiche negli ultimi giorni di vita del paziente e forniscono outcome di cura misurabili (Ellershaw et al., 2001; Ellershaw e Wilkinson, 2003; Ellershaw e Murphy, 2003; Ellershaw e Ward, 2003).
È possibile trasferire il modello del LCP nei vari ambiti di cura per i pazienti morenti in cui il Sistema Sanitario Italiano si articola?
La risposta è (dovrebbe essere) positiva per quanto riguarda gli hospice del nostro paese, dove il modello di organizzazione e la formazione degli operatori sono indirizzate all’erogazione di cure per i pazienti in fin di vita; ovviamente il modello del LCP deve preventivamente essere studiato e assimilato da tutti i membri dell’equipe.
Molto più problematica è l’applicazione di questo modello nell’ambito delle cure domiciliari. È è noto che le cure palliative domiciliari, nel nostro sistema sanitario, sono diffuse in modo disomogeneo, spesso mal organizzate e in alcuni territori completamente assenti, tuttavia non si può escludere che nelle realtà, dove operano delle equipe di cure palliative ben organizzate ed efficienti, il modello del LCP possa e debba essere adottato.
Trasferire invece il modello del LCP nei reparti ospedalieri dove sono particolarmente sentiti i bisogni di cure palliative, è oltremodo difficile e improbabile perché la formazione e l’educazione degli operatori per le cure palliative in generale e per le cure di fine vita in particolare, è scarsa o addirittura assente. Si deve quindi operare prioritariamente per il cambiamento della cultura medica e della sensibilità individuale, verso le cure di fine vita per poi garantire l’eccellenza delle cure che l’applicazione del LCP offre.

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